Massimo Recalcati, protagonista di una diretta streaming con più di 6mila persone organizzata da CUBO – Condividere Cultura, il Museo d’impresa del Gruppo Unipol, è intervenuto sul tema “Essere vicini e lontani”.

Ho scelto di proporvi una sintesi del suo intervento perché l’approdo del suo ragionamento è in perfetta sintonia con tutte le nostre attività green (piantare una vigna), con il nostro approccio ai temi ambientali (la lezione della cura), ma soprattutto con lo stile del volontariato attivo e fattivo che promuoviamo in ogni contesto (l’azione della cura).

Tutto ciò che è stato detto da Recalcati lo ripropongo in una sintesi ed in corsivo.

Possiamo parlare di un magistero del Covid, la cui esperienza traumatica ci ha insegnato:

  1. Un sentimento di unità nazionale in cui la scoperta della tecnologia ha messo in connessione gli uni con gli altri: la lontananza dei corpi non ha impedito forme di vicinanza che hanno generato anche tanta poesia. Lontananza e vicinanza, quindi, non sono in opposizione. E la condivisione nella separazione è la cifra etica di questa esperienza.
  2. La lezione della cura. La possibilità di restare vicini offrendo il dono della cura. L’importanza della cura degli altri, del prendersi cura. Ricordando Hannah Arendt quando dice che gli esseri umani sono fatti per vivere e per rinascere, per vivere rinascendo continuamente. Ed oggi abbiamo sperimentato i nostri corpi così fragili, esposti alla malattia ed alla morte. Così si è riproposto con forza il tema del donare cura, del prendersi cura, distinguere le persone con un nome e non con un numero, la grazia dell’attenzione particolare (avrei citato qui Cristina Campo). Riflettere che il coronavirus non è un castigo per i nostri peccati, tant’è che colpisce anche i giusti come ci racconta molto bene Camus ne La peste. Il Covid si è diffuso senza un senso di giustizia tra innocenti e colpevoli. E se non possiamo spiegarci il male, dobbiamo però restare vicini a chi è colpito dal male, esercitando la pratica della cura: e cioè restare accanto a chi è colpito dal male, a chi è vulnerabile, essere quelli che restano. Tra i commenti di chi segue in chat si legge: “gli insegnanti sono quelli che restano” e Recalcati riprende questa riflessione sottolineando: la DAD è una forma di cura esercitata dagli insegnanti, come i volontari, come i medici ed i sanitari. 
  3. L’esperienza del trauma. Il coronavirus ed il conseguente lockdown è stata un’esperienza che ha sconvolto l’ordine della nostra vita, un qualcosa di inimmaginabile. Eravamo e siamo impreparati a sostenere l’impatto con questo trauma, senza difese, molto esposti. Inoltre, abbiamo provato l’angoscia del contagio ad opera di uno “straniero” che porta la morte ed ha sconvolto le nostre vite insinuandosi nelle nostre famiglie, fino al punto in cui l’estraneo può essere nel familiare con tutta l’angoscia dell’intrusione. Ma abbiamo sperimentato anche l’angoscia della depressione collettiva ed individuale, diversa da quella che conosciamo noi clinici e cioè una depressione sommersa dal passato, con uno sguardo rivolto al passato, e che per questo non vede più il futuro. Oggi la depressione è diversa. Ci chiediamo quando potremo tornare a vivere come facevamo prima. Se il mondo, come lo abbiamo conosciuto, potrà tornare, o se lo abbiamo perso per sempre. Ed abbiamo vissuto l’esperienza della recidiva con un secondo lockdown. La domanda è quella angosciante: Ci sarà ancora un futuro possibile? L’Istat ci rivela un calo drastico dei concepimenti: è difficile oggi concepire il futuro. 
  4. L’esistenza di un’altra forma di libertà. Assumere comportamenti responsabili, che alcuni hanno patito come dittatura, non è stato solo una restrizione oggettiva alla propria libertà ma la possibilità di accedere ad un’altra forma di libertà, intesa come solidarietà, condivisione, fratellanza. Un’effettiva metabolizzazione di questa nuova libertà che tiene conto dell’altro. La libertà come responsabilità. Ma abbiamo capito anche l’importanza delle relazioni che sono il nutrimento, l’ossigeno, per non sentirci abbandonati perché la relazione necessaria alla vita. Non sarà semplice tornare a vivere le relazioni, anche le intimità. 

Recalcati conclude con un bellissimo messaggio che fa leva sulla responsabilità di ciascuno di noi per costruire la rinascita dopo la pandemia.

Cosa fa Mosè, dopo le peripezie del diluvio, quando si apre l’arca e mette nuovamente piede sulla terra? Mosè pianta una vigna (Genesi cap.9:20 E Noè cominciò ad esser lavorator della terra e piantò la vigna). Abbiamo bisogno di essere tutti Mosè. Nel tempo del diluvio, della pandemia, in cui la paura è più grande, dobbiamo avere il coraggio di piantare la vigna (anche insegnare è piantare la vigna). Piantare è di chi non si accontenta di vivere di rendita, è avere un progetto, è ridare una possibilità di esistenza al mondo, di esistere un’altra volta.

Piantare la vigna significa far entrare il futuro oltre la paura. E noi oggi dobbiamo essere generatori di vita.