Crescere in un giardino: una fantastica avventura

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Crescere in un giardino: una fantastica avventura

Nella lounge della Turkish Airlines ho trovato un libro di botanica. Ci sono un’infinità di volumi, più o meno ampi, a disposizione dei passeggeri in attesa di spiccare il volo. Mi è venuto incontro, richiamando la mia attenzione per quel disegno “botanico”, simile ad alcune stampe, appese alle pareti del corridoio che porta in cucina, nella casa dove sono cresciuta. Un modo di ritrarre la natura mettendo a fuoco una varietà botanica, con accanto qualche variopinta farfalla ed, a volte, finanche un verme.

Una sintesi del ciclo della vita.

Così mi interrogo sul mio amore per il verde. Sono cresciuta in un giardino: per premio o per punizione ci trascorrevo le ore. Quindi con il verde ho sempre avuto una consuetudine speciale. Per primo ho imparato il grande albero con la sua ombra fitta: un tasso gigantesco dove nidificavano uccelli che a volte ci toccava salvare. Poi le magnolie che papà aveva piantato quando ero una bambina e che in pochi anni avevano raggiunto il secondo piano della villa. Con un fiore bianco panna che emanava un profumo elegante, deciso, aristocratico, inconfondibile. Parsimoniosa la magnolia: pochi fiori ma molto espressivi.

Il fiore della magnolia

Il fiore della magnolia

E poi c’erano tutte quelle diverse varietà di camelie con i fiori bianchi, delicatissimi, oppure bianchi screziati di fucsia, fucsia chiaro o cupo. Avevo il permesso di raccogliere solo i fiori caduti spontaneamente. Mia madre vi componeva un centro tavola assai grazioso che durava per giorni.

Camelia

Camelia

Poi c’erano due limoni in ottima salute. Non vedevo l’ora che mio padre mi impartisse l’ordine di prendere qualche frutto. Avevamo un’asta di legno che in punta aveva una cesoia che azionavo con una cordicella e in un lampo il limone finiva sul prato. Mi divertivo troppo.

Ma la pianta che mi affascinava di più era la cicas revoluta: nel nostro giardino si riproduce in maniera spontanea, dando vita a “cespugli” di grande impatto. Produceva dei semi grossi di colore arancio scuro, chiusi in una pellicola pelosa ed avviluppati in una specie di gigantesco baccello posto nel centro, ben protetto da foglie acuminate. Arrivarvi, senza pungersi, era praticamente impossibile.

cicas revoluta

Cicas revoluta

Poi c’era un glicine, un’ampia parete ne era tutta ricoperta: in primavera ti inondava come se ti fossi versata addosso un’intera boccetta di profumo. E che dire del lauro, così elegante nel suo tronco slanciato con la sua foglia lunga, sottile e bruna: mia madre mi chiedeva di prenderne delle foglie per metterle nella zuppa di lenticchie o per insaporire alcune carni. Imponenti i ficus benjamin che, cresciuti a dismisura, creavano una bella macchia di verde intenso, colore persiana napoletana. Il prato è stato poi per me sempre un mistero. Cresceva fitto fitto che era una meraviglia! Mi ci stendevo sopra e lo osservavo lungamente: era fatto di tante ciocche di fili d’erba molto resistenti e piuttosto scuri. Una volta mio padre decise di farlo concimare con dello stallatico. Ricordo che attraversavo il viale, dal cancello della villa alla porta di casa, correndo e cercando di non respirare perché la puzza era assurda! C’erano poi le ortensie, perennemente assetate, con fiori dal celeste al bluette! Le adoravo, ma mi facevano penare perché ci mettevo tantissimo tempo ad innaffiarle: volevano tanta acqua e con delicatezza. E la delicatezza non era arte mia, sin da bambina!

Irrigazione automatica

Irrigazione automatica

Capitava, infatti, che, per premio o per punizione, mi venisse affidato il compito di innaffiare le zone del giardino non raggiunte dall’impianto d’irrigazione. Usavo una lunghissima cannola ed alla fine mi ci lavavo anche i piedi. L’acqua era gelida che me li sentivo quasi bruciare. È stato così che in questo giardino ho appreso un’infinità di cose. Innanzitutto che un giardino è un’avventura meravigliosa che tutti dovrebbero poter fare. Si impara la pazienza della cura, l’attenzione alla diversità, il divenire della natura nel divenire delle stagioni, l’amore per le piccole come per le grandi piante, ma soprattutto che le piante sono esseri viventi e come tali vanno trattate e rispettate. Quindi la responsabilità della vita, qualunque forma di vita. Da questo giardino molti anni dopo sarebbe nato il Premio GreenCare.

2018-01-17T10:27:41+00:0017 gennaio 2018|Green Blog di Benedetta|0 Comments

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